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Shopping a New York: qualche dritta

(Se pensate a negozi fashion e super wow siete nel posto sbagliato. Qua solo dritte rigorosamente low cost per chi non vuole rinunciare ad una sana dose di shopping newyorkese ma ha un budget non basso, di più.)

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Quando ho fatto la valigia per tornare a casa da New York ho pensato seriamente che non avrei mai superato i controlli in aereoporto. Altro che un po’ di spese e qualche regalino agli amici, mi sono rifatta il guardaroba per tipo dieci stagioni. E ho creduto seriamente che il poliziotto del JFK pensasse ad uno spaccio illegale di vestiti al mercato del Balon quando mi ha bloccata ai controlli e sequestrata per qualche minuto.

Bene, nulla di tutto ciò per fortuna, per cui bando alle ciance e vediamo qualche negozietto in cui fare spese folli senza spendere un capitale.

MACY’S

Un centro commerciale brutto quanto Macy’s credo di non averlo mai visto in vita mia. Del tipo che neanche negli anni ottanta in Italia, quando i centri commerciali si chiamavano ancora grandi magazzini, esistevano robe del genere. Però, ci sono un paio di però indiscutibili.

  1. Essendo il centro commerciale più grande del mondo ci sono all’incirca diciottomila piani. Tutti assolutamente inguardabili tranne un paio: quello sportivo e quello dei jeans. Che i Levi’s vadano ancora di moda o meno è una faccenda che non mi riguarda affatto, quel che c’è di interessante è che qui ne hanno migliaia di modelli a 15 dollari. Si, quindici dollari. Io so solo che nel monomarca a Torino costano dai cento euro in su. Fate un po’ voi.
  2. Se riuscite a raggiungere il punto informazioni dedicato ai turisti (impossibile spiegare dove si trovi, ma chiedete ad una qualsiasi cassa), vi daranno un buono valido per un mese con lo sconto del 10% su tutti i prodotti. Niente male!
  3. Se vi scappa la pipì qui i bagni sono gratuiti. E anche puliti. 🙂

http://www.macys.com/

YELLOW RAT BASTARD

Ovvero il regno delle t-shirt. Lo trovate sulla Broadway, al 483, è immenso e vende una quantità incredibile di magliette a 10/15 dollari. E almeno qui eviterete di trovarvi davanti la faccia quel fastidioso “I (cuore) New York” che campeggia in ogni dove.

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http://www.yellowratbastard.com/

KIEHL’S

Da fuori sembra una farmacia, e in effetti un tempo lo era, ora vende creme, lozioni, balsami e qualsiasi altro genere di cosa che sia spalmabile su capelli e corpo. Economico sui prodotti base, per gli altri si sale un po’, ma vale la pena entrarci anche solo per la piacevolezza del locale.

http://www.kiehls.it/

CHELSEA MARKET

Il Chelsea Market è stupendo e vale una visita indipendentemente da tutto. Se poi desiderate acquistare qualcosa è pieno di oggettini graziosi e originali, soprattutto all’interno della libreria.

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http://www.chelseamarket.com/

CONVERSE

A New York le All Star costano una miseria rispetto agli standard italiani, ma occhio. Dato che le vendono veramente ovunque, probabilmente anche in macelleria e da Mc Donald’s, non vi fate fregare dal monomarca sulla Broadway che ve la farà pagare tra i 5/7 dollari in più rispetto ad un qualsiasi altro negozio di scarpe.

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Allora? Shopping subito?

Sopravvivere ad un agosto in città. Letture, musica e altre cose belle.

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Sono ormai trascorsi diversi giorni dal mio ritorno a casa dopo la “vacanza spagnola”.

Lentamente ho ripreso quelle abitudini che avevo -volutamente- abbandonato per un po’, ho ricominciato a cenare alle 20 e ho smesso di concedermi ogni sera tapas di calamari fritti e patatas bravas innaffiate da litrate di birra di scarsa qualità.

Difficile ricominciare a salutare con un “arrivederci” dopo settimane di ripetuti “adiós” e abbandonare quel cielo spagnolo sempre sgombro di nuvole.

Del mio amore per Barcellona e della nostalgia per averla lasciata parlerò diffusamente.

È la seconda volta in tutta la vita che mi capita di trascorrere il mese di agosto in città, la mia città, e sto cercando di affrontarlo con molta filosofia, evitando di sbraitare dietro al mio capo e alla sua decisione di darmi le ferie a luglio.

E allora che fare? Circondarsi di cose belle da fare credo sia l’opzione migliore perché amo così tanto l’estate, il sole e il caldo che trascorrere questi giorni arrabbiandomi sarebbe veramente uno spreco (che il master sulla psicologia del benessere appena concluso stia cominciando a dare i suoi frutti?)

LETTURE

Un po’ per caso a Barcellona ho cominciato ad appassionarmi alla vita di Frida Kahlo. Ho acquistato un libro in spagnolo sulla sua vita, semplicemente per esercitarmi con la lingua, e ho scoperto una donna eccezionale. Neanche il più grande dei romanzieri riuscirebbe ad inventarsi un personaggio così. Quando entri nel suo mondo non ne esci più.

Questo il libro in spagnolo (adatto a chi sta apprendendo la lingua):

“Frida Kahlo. Viva la vida”, Aroa Moreno → http://www.amazon.it/Kahlo-Colecci%C3%B3n-Grandes-Personajes-ebook/dp/B0087Q0TDC

 

Per chi volesse leggere qualcosa in italiano:

“¡Viva la vida!”, Pino Cacucci → http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807018244/Viva_la_vida/Pino_Cacucci.html

 

Girovagando sul web ho trovato il blog di un’appassionata di Frida che ha pubblicato le foto degli originali di alcune lettere scritte dall’artista → http://almacattleya.blogspot.it/2013/01/lettere-di-frida-kahlo.html.  Emozionante.

E per chi ha voglia e tempo c’è anche il bel film del 2002 “Frida”. Assolutamente consigliato!

Inutile dire che sogno il giorno in cui potrò regalarmi un viaggio in Messico per andare a visitare la Casa Azul (la casa di Frida, ora trasformata in museo). Qualcuno di voi ha già avuto questa fortuna?

 

Finalmente in questi giorni avrò tempo anche per guardare il dvd contenuto in un bellissimo libro dedicato a New York. Se amate come me questa città non perdetevi questa lettura per nulla al mondo. Cognetti scrive benissimo e racconta angoli insoliti della città, personaggi e vicende storiche. È grazie a questo libro che mi sono innamorata di Brooklyn ancor prima di vederla.

“New York è una finestra senza tende”, Paolo Cognetti → http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842092186

 

MUSICA

– I concerti estivi sono uno dei motivi per cui amo tanto l’estate. Partire a luglio significa saltarli tutti, ma per fortuna ho la possibilità di recuperare a fine agosto con uno degli eventi musicali più importanti del torinese, il Traffic Torino Free Festival. È gratuito e, fra i tanti, c’è Daniele Silvestri. Gioisco come una bambina.

– Ripropongo, come ogni anno, il mio video estivo preferito di sempre, che riesce ogni volta a strapparmi un sorriso → Io Vacanza, Tu Lavorare

E ALTRE COSE BELLE

– Durante la convivenza nell’appartamento spagnolo (ovvero 6 persone più eventuali ospiti in un buco di casa perennemente sporca) mi sono affezionata a Il coinquilino di merda. Se volete farvi due risate andateci, vi prego.

– A proposito di New York, in questo sito ci sono foto e storie bellissime di newyorkesi doc → Humans of New York

– Se agli umani preferite i gatti (come capita spesso a me) rifatevi gli occhi con queste splendide foto → http://d.hatena.ne.jp/fubirai/

 

Riuscirò a sopravvivere?

 

 

100 città, 100 posti speciali. Nuok summer 2013

Oggi è un giorno speciale.

Il mio ultimo giorno di lavoro prima dell’imminente partenza per Barcellona, città che già conosco e amo alla follia. Ma questo viaggio sarà diverso: vivrò questa splendida città per un bel mesetto, studierò finalmente lo spagnolo e (spero) conoscerò tanta bella gente.
Ma non sono felice solo per questo. Dopo giorni di duro lavoro da parte di tutta la redazione di Nuok è uscito il nostro ebook estivo NUOK SUMMER 2013.

Se ancora non conoscete Nuok andate subito a scoprirlo! → http://www.nuok.it/

“Nuok è un magazine online di viaggio, arte, cibo, chiavi usb nei muri e cultura” e, ve lo assicuro, è fighissimo 🙂

E che cos’è sto ebook estivo?

100 città, 100 cose belle da fare, mangiare, vedere, ascoltare. Una piccola guida unconventional realizzata da 52 nuokers sparsi in giro per il mondo.

Ci sono anche io con Madrid (Matri) e Siviglia (Sevija), ovvero con la Spagna, la mia seconda casa (non si era ancora capito?) 🙂

Potete scaricarlo qui → http://www.nuok.it/nuok/la-nostra-guida-gratuita-nuok-summer-2013/ e sfogliarlo sul vostro smartphone, tablet o pc.

Ah, dimenticavo, è gratuito!

Meravigliosa estate a tutti!

Quell’arte di strada della Big Apple…

Da tempo faccio un gioco. In tutti i miei viaggi in giro per il mondo seleziono quello che più mi piace e lo inserisco nella città dei miei sogni. Insomma, faccio un collage delle cose belle che scopro viaggiando e le inserisco in questo luogo immaginario, un posto tutto mio dove rifugiarmi quando proprio non ne posso più delle routine del quotidiano.

Vi dirò, la città (che poi è anche un po’ campagna, un po’ mare e c’è anche qualche montagnetta qua e là) che ne sta venendo fuori non è niente male!

Ecco, dovendo scegliere cosa prendere di New York da portare nella mia città ideale non ho dubbi: acchiappo tutta quella meravigliosa arte di strada coloratissima e bizzarra. La prendo e la porto via.

Ma prima ve la mostro.

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Grand Central Terminal. New York.

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Tre sono i luoghi che mi hanno rubato il cuore nella mia breve esperienza newyorkese. Tre diversi volti di una città che di personalità ne possiede almeno un centinaio. Uno di questi è il Grand Central Terminal, la più grande stazione ferroviaria del mondo.

Ho sempre amato le stazioni. E adoro viaggiare in treno. Il mio ideale di viaggio ha sempre una stazione come base di partenza. Odio invece gli aereoporti: privi di colore e di storia, tristi e anonimi, pieni di noiosi negozi che vendono inutili oggetti al doppio del prezzo di mercato dove la gente compra lo stesso, abbindolata dal tax free. Superato il controllo e privata del suo bagaglio, vaga spettrale in attesa. In aereoporto non si può fumare e non si riesce a leggere, sconfiggere la noia dell’attesa è impossibile.

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Dalle stazioni, invece, sono sempre incuriosita. Le stazioni raccontano un sacco di storie.
Grand Central Terminal è un’incredibile macchina del tempo. Entri e non vorresti più uscirne.
L’atrio, immenso, lascia senza fiato. Luci soffuse, legno, marmi. Pensi che le vecchie biglietterie siano il pezzo forte, poi alzi gli occhi al cielo e – tac – un enorme soffitto stellato.

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Nella mia fantasia il viaggio a New York è iniziato da qui. Mi sono immaginata scendere da un treno – di quelli che fanno proprio ciuf-ciuf – con trolley blu, spolverino beige e un libro in mano. Ho attraversato Grand Central a passo spedito per andare a prendere il taxi giallo che mi attendeva all’uscita per portarmi a casa.

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Il fatto che fossi in tuta con un vecchio e sporco zaino da trekking e che abbia rischiato grosso con un gigante poliziotto americano al JFK Airport a causa di una bottiglietta d’acqua è tutta un’altra storia. Forse più divertente ma, di sicuro, meno romantica.

Brooklyn, quella New York oltre il ponte

Ecco, innamorarsi di New York è piuttosto semplice.

Tribeca

Tribeca

Quella New York di grattacieli e luminosi cartelloni pubblicitari, delle passeggiate lungo il Brooklyn Bridge e del chiasso sulla Broadway. Dell’elegante Fifth Avenue e del delizioso Greenwich Village e poi ancora della colorata Little Italy e della caratteristica Chinatown. Per non parlare del fascino del Lower East Side e della tranquillità che si respira a Central Park.

Fifth Avenue

Fifth Avenue

Come è possibile restare indifferenti agli stimoli continui che Manhattan offre ad ogni angolo? Dal profumo di cibo che invade le strade ai ratti che ti guardano mentre aspetti la metro. Dalle vetrine che invitano ad uno shopping sfrenato ai giganti cupcakes di Magnolia Bakery.

A Manhattan c’è troppo, tutto insieme.

È per questo che ho scelto Brooklyn. Mai scelta fu tanto azzeccata.

Perché Brooklyn è quella New York che non stordisce, che ti permette di godere appieno ogni singolo attimo e ti fa venir voglia di urlare di gioia “Cazzo, sono in America!”

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Greenpoint, Brooklyn

Brooklyn è sempre stata seconda a Manhattan. Ed è questo che me la rende ancora più simpatica.

A Brooklyn ti svegli la mattina con gli uccellini che cinguettano.

A Brooklyn le casette sono basse, due/tre piani al massimo, si fa la raccolta differenziata, si va tutti in bici e la mattina si trova il New York Times fuori la porta d’ingresso. A Brooklyn ci sono quei piccoli negozi da paese, quelli che vendono un po’ di tutto, che rimangono aperti tutta la notte. A Brooklyn esci all’una di notte, sola, in cerca di un Mocio perché ti si è allagata casa. A Brooklyn il Mocio all’una di notte nei negozietti aperti 24 su 24 non lo trovi e decidi di optare per un set di spugne che si riveleranno inutili. Però fai amicizia col commesso del negozio che dichiara apertamente il suo amore per il Milan.

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Williamsburg, Brooklyn

A Brooklyn c’è Williamsburg con la sua animata vita serale e i suoi vicoli pieni di murales e Greenpoint con i suoi ristoranti polacchi. C’è Brooklyn Heights con la sua tranquillità e i meravigliosi edifici in brownstone e poi c’è Coney Island, luogo talmente magico da meritare un post tutto suo.

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Greenpoint, Brooklyn

Brooklyn lascia il segno.

Anche se ogni giorno tocca aspettare interminabili quarti d’ora quell’unica metro che ti porta a Manhattan. Anche se sai di essere l’unico turista in mezzo a centinaia di facce americane e ti fai un sacco di figure di merda perché puntualmente sbagli la direzione della metro e ti tocca tornare indietro.

Anche se strabuzzi gli occhi quando ti fanno pagare uno schifosissimo pezzetto di pizza al taglio almeno cinque dollari. E quando sorridi guardando una vignetta appesa alla parete di un locale (gestito da americani, in cui si mangia cibo americano) in cui si dice che la pizza come la fanno in Italia…mai da nessun’altra parte.

Ho salutato Brooklyn col groppo alla gola e tuttora mi torna alla mente almeno una volta al giorno.

Le sofferenze del viaggiare a cui mai mi abituerò.

Istanbul, la città dei gatti

Difficile non innamorarsi di una città in cui a farla da padrone sono loro: i gatti.

Passeggiando per Istanbul non è raro imbattersi in omoni grandi e grossi, dallo sguardo arricciato, che si sciolgono in brodo di giuggiole mentre accarezzano qualche micetto incontrato casualmente per strada. 

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Una cosa è certa: qui i gatti sono amati e rispettati e, pur vivendo in strada, vengono trattati da veri e propri nababbi. Basta guardarsi un po’ in giro per scovare ad ogni angolo piatti prelibati e ciotole cariche di latte.

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Da veri padroni della città hanno accesso libero praticamente ovunque. Li vedrete rotolarsi sui tappeti di una moschea durante l’ora della preghiera o aggirarsi indisturbati all’interno dei più famosi musei.

Quando il clima si fa rigido entrano sornioni nel primo locale che gli capita a tiro, scelgono accuratamente la sedia più comoda e si mettono a sonnecchiare fra gli sguardi divertiti dei turisti. 

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Capita di frequente che si facciano spazio tra le chincaglierie del Gran Bazar in cerca di un angolino adeguato per farsi un bagnetto. I venditori, abituati a questi simpatici ospiti, li accarezzano e li guardano compiaciuti mentre noi cerchiamo di immortalarli.

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Spesso vanno in giro in coppia. A volte litigano nel cuore della notte svegliandoti di soprassalto, altre giocano rincorrendosi come bambini, altre ancora si appisolano l’uno sopra l’altro nei pressi di un cimitero.

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Se il grado di civiltà di un paese va misurato anche in base al rispetto mostrato nei confronti degli animali, bè, chapeau ai turchi che anche in questo caso ci battono clamorosamente.

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Carnevale di Ivrea, una battaglia di emozioni

Si narra che quest’anno le adesioni alla battaglia delle arance abbiano superato ogni aspettativa. A raccontarcelo uno dei protagonisti di questo carnevale: casacca a quadri bianchi e neri e una grosse torre arancione al centro. È la divisa degli scacchi, una delle storiche squadre di aranceri con cui abbiamo avuto il piacere di pranzare, poco prima che la battaglia avesse inizio. Un piatto di pasta al pomodoro e un pezzo di formaggio, cori da stadio e tanti abbracci. Si respira un’incredibile aria di festa che trascina immediatamente anche noi, eporediesi per caso.

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Ivrea in questi giorni è un tripudio di colori: c’è il verde-giallo degli Arduini, acerrimi nemici degli scacchi, con cui divideranno la splendida Piazza Ottinetti. C’è il rosso-blu dei Picche, i tiratori più antichi, e il nero de La Morte. Ci sono i Tuchini che occuperanno una delle zone più affascinanti della città e che ci hanno conquistato con un pintone di vino ed una travolgente allegria.

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E poi ancora i diavoli, i mercenari, le pantere e i credendari per un totale di 9 squadre a piedi che duelleranno contro ben 54 carri. Storia e leggenda si intrecciano in questo scontro a suon di arance di Calabria, rievocazione della ribellione popolare alla tirannia.

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Noi, seguendo scrupolosamente l’Ordinanza del Generale, contribuiamo a questo splendido gioco di colori indossando  il berretto frigio, un cappello rosso a forma di calza che rappresenta l’adesione del popolo alla ribellione.

L’origine della battaglia è collocabile nell’Ottocento quando, negli ultimi giorni del carnevale, le giovani fanciulle di Ivrea presero l’abitudine a lanciare dai balconi delle loro abitazioni omaggi di ogni tipo: confetti, fiori, coriandoli. Ai tempi non esistevano zone franche, l’intera città era presa d’assalto.

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La battaglia delle arance, e l’intera manifestazione carnevalesca, è un’incredibile evento che coinvolge grandi e piccini, donne e uomini, eporediesi e non. I giovani ne prendono parte a cominciare dai 13 anni, ma la loro appartenenza ad una squadra è segnata fin dalla più tenera età. Zone a loro dedicate, arance di dimensioni ridotte e piccoli carri decorati sono le loro armi da giocobambini

Una lotta all’ultima arancia che termina sempre con una stretta di mano. Terminati i giochi, tolte le casacche, si torna a casa amici più di prima, passeggiando in un manto di morbida e colorata polpa e respirando emozioni ancora fresche nel cuore.

Grazie a Turismo Torino (Silvia Lanza e Chiara Crovella) ed alla Fondazione dello Storico Carnevale di Ivrea per averci dato la possibilità di partecipare a questa splendida manifestazione.

La gentilezza è carismatica

la gentilezza è carismatica,

allieta chi la riceve e chi la dà,

stordisce il male e la sua banalità.

Così cantavano i Marlene Kuntz qualche tempo fa.

Quanta verità in così poche parole! 

Ad Istanbul ho trovato tanta di quella gentilezza e disponibilità da commuovermi.

Bè, potrà rimproverarmi qualcuno, in una città di 13 milioni di abitanti saranno mica tutti gentili, ti è andata bene!

Vero, sicuramente la fortuna è stata dalla nostra.

Ma devo dire che ho rintracciato una tale attenzione nei confronti del turista che non mi era mai capitata altrove.

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Al nostro arrivo in città il bus preso in aereoporto ci scarica a Taksim nel giro di mezz’ora. Paghiamo e tanti saluti e arrivederci.

Provate a immaginare Taksim verso le sette di sera: una piazza enorme, il centro della città moderna. Piena di gente, giorno e notte. Qui sfocia la grande via dello shopping, Istiklal Caddesi. È il punto di ritrovo dei giovani che si apprestano a cominciare la serata, il luogo in cui si concentrano venditori di kebab, pasticcerie e fast food, la stazione degli autobus, il capolinea del caratteristico tram bianco e rosso.

Insomma, c’è tutto.

Anche i lavori in corso.

Sappiamo che il nostro albergo è da queste parti, nel quartiere di Harbiye. Indirizzo e cartina in mano cominciamo a camminare. Un negoziante, a suon di poco inglese e tanti gesti, ci dà una prima indicazione (sacrosanta).

Cominciamo a scarpinare con i nostri bagagli pesanti, c’è un caldo incredibile nonostante sia il 25 dicembre e i  nostri vestiti sono troppo pesanti. Ben presto ci accorgiamo di camminare a vuoto, la cartina, poco dettagliata, e i lavori che ci costringono a cambiare continuamente strada, non ci sono per niente d’aiuto.

Chiediamo lumi ad un signore che sta fumando una sigaretta sull’uscio di un mini market. Lui non riesce a suggerirci nulla, ma chiama il figlio che lascia immediatamente la cassa e la lunga coda di gente per venirci in aiuto. Nel giro di pochi minuti si fermano altri passanti e si forma un piccolo gruppo di lavoro desideroso di partecipare alla discussione. Una signora si ferma, guarda la cartina, e comincia a gesticolare Io so dove dovete andare, seguitemi! sembrano dirci le sue mani. 

Una lunga passeggiata, con la donna che di tanto in tanto guarda e sorride, e siamo a destinazione. Lei ci saluta, la vediamo tornare indietro. Forse doveva andare altrove – pensiamo – e ha fatto tutta questa strada solo per noi. Sono le nostre prime ore a Istanbul e tanta disponibilità ci emoziona.

Qualche giorno dopo ci troviamo a passeggiare nel quartiere di Fatih, un piccolo paradiso non turistico, e ad entrare in un negozietto di casalinghi. Due uomini dalla faccia triste sorseggiano un bicchiere di Çay e balzano in aria non appena ci vedono entrare. Si accorgono che siamo turisti, ci chiedono da dove arriviamo e cominciano a raccontarci con occhi lucidi le loro avventure in giro per l’Europa. Loro parlano in turco, noi rispondiamo in italiano. È veramente incredibile riuscire a capirsi, nonostante tutto.

Le emozioni non necessitano traduzioni.

L’ultimo giorno in città ci perdiamo cercando diperatamente i quartieri di Fener e Balat. È buio pesto e pioviggina. È ora di tornare verso casa (=albergo, ma odio chiamarlo così). Siamo alla disperata ricerca di un mezzo qualsiasi che ci porti dove c’è vita e ci scappa anche tanta pipì! Scorgiamo finalmente una via abitata. E un autobus al capolinea che sta per partire. Ci fiondiamo come pazzi, peccato che, saliti giusto in tempo, la nostra Istanbul Kart decide che non abbiamo più viaggi a disposizione. Il conducente dice qualcosa. Un ragazzo traduce in inglese: non potete viaggiare senza biglietto, qualche metro più avanti trovate un negozio per ricaricare, andate, vi aspettiamo.

Peccato che il negoziante abbia altro da fare in quel momento e ci fa aspettare almeno dieci minuti prima di servirci. Sconsolati torniamo alla piazzola.

Incredibilmente l’autobus è ancora lì, carico di gente a bordo. Ci ha aspettati sul serio. Saliamo e l’autista fa un cenno col capo, sorride.

Gli abbiamo fatto perdere almeno un quarto d’ora e lui… sorride.

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A tutti quelli che continuano a domandarmi se Istanbul è pericolosa. Ecco la mia risposta.

 

La mia Istanbul inesplorata

Quando arrivi a Istanbul ti rendi conto che devi fare delle scelte.

Ti aspetti una città grossa e caotica.

Ti ritrovi davanti un gigante che rischia di calpestarti, se non sai domarlo.

Una città enorme, pazzesca, che brulica di gente 24 ore su 24.

Gli stimoli sono talmente tanti, continui, che devi selezionare attentamente ciò che vuoi ti arrivi da quello che è possibile tralasciare, per non rischiare di lasciarti sopraffare dal “troppo”, rimanendo paralizzato. 

Avevo un programma in mente prima di partire. Una sorta di To-do list che, come previsto, non ho minimamente rispettato.

Qui c’è tutto quello che non ho visto, quello che non ho trovato sulle guide cartacee, brevi appunti per me e per il mio prossimo viaggio (che sicuramente ci sarà) in questa meravigliosa città, annotazioni per tutti coloro che ne vogliono approfittare.

LA MOSCHEA DI SOKOLLU MEHMET PASA

Istanbul conta decine e decine di moschee; la verità è che, se ne avessi avuto il tempo, le avrei visitate tutte. Adoro queste enormi strutture con i loro minareti che ti scrutano dall’alto. Per non parlare del cortile interno (sahn) con l’immancabile vasca per le abluzioni, a volte sostituita da piccoli rubinetti disposti in fila.

Minareti

Minareti

La moschea blu è in assoluto la più visitata, non a torto! Imponente, magica. A dispetto del suo nome, si illumina dei colori caldi dell’arancio ogni pomeriggio al tramontar del sole. Conta ben sei minareti, superata solo dalla moschea più importante del mondo islamico, a La Mecca.

Moschea blu

Moschea blu

La Moschea di Sokollu Mehmet Pasa si trova a pochi passi ed è talmente snobbata dai turisti da aprire solo in alcuni momenti della giornata. Pare sia una delle più belle moschee di Istanbul. Arrivati lì davanti abbiamo trovato solo un gruppetto di giovani (olandesi? svedesi?) ed una porta sbarrata. Abbiamo atteso invano. È arrivato anche un fedele che, con fare sicuro, ha bussato più volte. Niente. Ce ne siamo andati con l’amaro in bocca e non siamo più riusciti a tornarci.

Cortile della moschea di Sokollu Mehmet Pasa

Cortile della moschea di Sokollu Mehmet Pasa

I QUARTIERI DI FENER E BALAT

Uno dei miei principali obiettivi in questa mia visita  ad Istanbul. La mia guida non ne faceva minimamente cenno, addirittura non erano visibili in quella -pessima- cartina allegata. Eppure una semplice ricerca sul web parla  di due quartieri straordinari e mi mostra splendide foto.

Fener, lo storico quartiere greco, un labirinto di stretti vicoli e colorate casette, il Liceo  Greco Ortodosso e la bella chiesa di Santa Maria dei Mongoli.

Balat, lo storico quartiere ebraico, con le sue sinagoghe e la splendida (dicono) chiesa di San Salvatore in Chora.

Li abbiamo cercati in lungo e in largo, abbiamo macinato chilometri su chilometri, ci siamo persi nella zona industriale di Istanbul in un tragico tour tra gas di scarico, fabbriche di sanitari e cimiteri.

Se volete farvi un’idea leggete il bellissimo post di Elisa Chisana Hoshi o quello di Scoprire Istanbul e innamoratevi di questi incantevoli luoghi, come ho fatto io. Giuro che la prossima volta non me li lascio scappare.

IL MUSEO DELL’INNOCENZA

Al contrario di quanto vorrebbe la logica non leggo romanzi ambientati in una città che sto per visitare. È un po’ come se cercassi la possibilità di realizzare un’esperienza mia, e soltanto mia, del luogo che mi ospiterà. Desidero lasciarmi impressionare, sorprendere, avendo in testa il meno possibile (tutto questo vale per qualsiasi città, ad esclusione di New York, ma questa è un’altra storia).

Di Pamuk, famosissimo scrittore turco, non ho mai letto nulla. È così che, mentre passeggiavo fra le strade del quartiere di Çukurcuma godendomi un inaspettato silenzio ed un avvolgente tepore, ho visto un’insegna campeggiare su un edificio.

Museo dell’innocenza, c’era scritto.

Ho tirato dritto pensando ad un luogo per bambini, ma la curiosità è rimasta e, tornata a casa, ho cercato qualche informazione.

Entrata al Museo dell'innocenza

Entrata al Museo dell’innocenza

 Il museo è stato fortemente voluto dallo scrittore turco per raccogliere gli oggetti più significativi descritti in uno dei suoi più celebri romanzi. Io il libro non l’ho letto (anche se è già sul comodino che mi aspetta), ma devo ammettere che mi piace l’idea di un “museo dell’immaginario” dove un romanzo si racconta attraverso vestiti, utensili, mobili e tutto quello che è nato dalla fantasia dell’autore.

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