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Istanbul, la città dei gatti

Difficile non innamorarsi di una città in cui a farla da padrone sono loro: i gatti.

Passeggiando per Istanbul non è raro imbattersi in omoni grandi e grossi, dallo sguardo arricciato, che si sciolgono in brodo di giuggiole mentre accarezzano qualche micetto incontrato casualmente per strada. 

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Una cosa è certa: qui i gatti sono amati e rispettati e, pur vivendo in strada, vengono trattati da veri e propri nababbi. Basta guardarsi un po’ in giro per scovare ad ogni angolo piatti prelibati e ciotole cariche di latte.

gattospondacinese1Sono particolarmente belli, con il pelo morbido e pulito e vivaci occhietti che scrutano ogni movimento, e incredibilmente socievoli: non passerà un minuto dal vostro arrivo in città senza ritrovarvi circondati da questi dolci pelosetti in cerca di coccole.

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Da veri padroni della città hanno accesso libero praticamente ovunque. Li vedrete rotolarsi sui tappeti di una moschea durante l’ora della preghiera o aggirarsi indisturbati all’interno dei più famosi musei.

Quando il clima si fa rigido entrano sornioni nel primo locale che gli capita a tiro, scelgono accuratamente la sedia più comoda e si mettono a sonnecchiare fra gli sguardi divertiti dei turisti. 

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Capita di frequente che si facciano spazio tra le chincaglierie del Gran Bazar in cerca di un angolino adeguato per farsi un bagnetto. I venditori, abituati a questi simpatici ospiti, li accarezzano e li guardano compiaciuti mentre noi cerchiamo di immortalarli.

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Spesso vanno in giro in coppia. A volte litigano nel cuore della notte svegliandoti di soprassalto, altre giocano rincorrendosi come bambini, altre ancora si appisolano l’uno sopra l’altro nei pressi di un cimitero.

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Se il grado di civiltà di un paese va misurato anche in base al rispetto mostrato nei confronti degli animali, bè, chapeau ai turchi che anche in questo caso ci battono clamorosamente.

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La gentilezza è carismatica

la gentilezza è carismatica,

allieta chi la riceve e chi la dà,

stordisce il male e la sua banalità.

Così cantavano i Marlene Kuntz qualche tempo fa.

Quanta verità in così poche parole! 

Ad Istanbul ho trovato tanta di quella gentilezza e disponibilità da commuovermi.

Bè, potrà rimproverarmi qualcuno, in una città di 13 milioni di abitanti saranno mica tutti gentili, ti è andata bene!

Vero, sicuramente la fortuna è stata dalla nostra.

Ma devo dire che ho rintracciato una tale attenzione nei confronti del turista che non mi era mai capitata altrove.

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Al nostro arrivo in città il bus preso in aereoporto ci scarica a Taksim nel giro di mezz’ora. Paghiamo e tanti saluti e arrivederci.

Provate a immaginare Taksim verso le sette di sera: una piazza enorme, il centro della città moderna. Piena di gente, giorno e notte. Qui sfocia la grande via dello shopping, Istiklal Caddesi. È il punto di ritrovo dei giovani che si apprestano a cominciare la serata, il luogo in cui si concentrano venditori di kebab, pasticcerie e fast food, la stazione degli autobus, il capolinea del caratteristico tram bianco e rosso.

Insomma, c’è tutto.

Anche i lavori in corso.

Sappiamo che il nostro albergo è da queste parti, nel quartiere di Harbiye. Indirizzo e cartina in mano cominciamo a camminare. Un negoziante, a suon di poco inglese e tanti gesti, ci dà una prima indicazione (sacrosanta).

Cominciamo a scarpinare con i nostri bagagli pesanti, c’è un caldo incredibile nonostante sia il 25 dicembre e i  nostri vestiti sono troppo pesanti. Ben presto ci accorgiamo di camminare a vuoto, la cartina, poco dettagliata, e i lavori che ci costringono a cambiare continuamente strada, non ci sono per niente d’aiuto.

Chiediamo lumi ad un signore che sta fumando una sigaretta sull’uscio di un mini market. Lui non riesce a suggerirci nulla, ma chiama il figlio che lascia immediatamente la cassa e la lunga coda di gente per venirci in aiuto. Nel giro di pochi minuti si fermano altri passanti e si forma un piccolo gruppo di lavoro desideroso di partecipare alla discussione. Una signora si ferma, guarda la cartina, e comincia a gesticolare Io so dove dovete andare, seguitemi! sembrano dirci le sue mani. 

Una lunga passeggiata, con la donna che di tanto in tanto guarda e sorride, e siamo a destinazione. Lei ci saluta, la vediamo tornare indietro. Forse doveva andare altrove – pensiamo – e ha fatto tutta questa strada solo per noi. Sono le nostre prime ore a Istanbul e tanta disponibilità ci emoziona.

Qualche giorno dopo ci troviamo a passeggiare nel quartiere di Fatih, un piccolo paradiso non turistico, e ad entrare in un negozietto di casalinghi. Due uomini dalla faccia triste sorseggiano un bicchiere di Çay e balzano in aria non appena ci vedono entrare. Si accorgono che siamo turisti, ci chiedono da dove arriviamo e cominciano a raccontarci con occhi lucidi le loro avventure in giro per l’Europa. Loro parlano in turco, noi rispondiamo in italiano. È veramente incredibile riuscire a capirsi, nonostante tutto.

Le emozioni non necessitano traduzioni.

L’ultimo giorno in città ci perdiamo cercando diperatamente i quartieri di Fener e Balat. È buio pesto e pioviggina. È ora di tornare verso casa (=albergo, ma odio chiamarlo così). Siamo alla disperata ricerca di un mezzo qualsiasi che ci porti dove c’è vita e ci scappa anche tanta pipì! Scorgiamo finalmente una via abitata. E un autobus al capolinea che sta per partire. Ci fiondiamo come pazzi, peccato che, saliti giusto in tempo, la nostra Istanbul Kart decide che non abbiamo più viaggi a disposizione. Il conducente dice qualcosa. Un ragazzo traduce in inglese: non potete viaggiare senza biglietto, qualche metro più avanti trovate un negozio per ricaricare, andate, vi aspettiamo.

Peccato che il negoziante abbia altro da fare in quel momento e ci fa aspettare almeno dieci minuti prima di servirci. Sconsolati torniamo alla piazzola.

Incredibilmente l’autobus è ancora lì, carico di gente a bordo. Ci ha aspettati sul serio. Saliamo e l’autista fa un cenno col capo, sorride.

Gli abbiamo fatto perdere almeno un quarto d’ora e lui… sorride.

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A tutti quelli che continuano a domandarmi se Istanbul è pericolosa. Ecco la mia risposta.

 

La mia Istanbul inesplorata

Quando arrivi a Istanbul ti rendi conto che devi fare delle scelte.

Ti aspetti una città grossa e caotica.

Ti ritrovi davanti un gigante che rischia di calpestarti, se non sai domarlo.

Una città enorme, pazzesca, che brulica di gente 24 ore su 24.

Gli stimoli sono talmente tanti, continui, che devi selezionare attentamente ciò che vuoi ti arrivi da quello che è possibile tralasciare, per non rischiare di lasciarti sopraffare dal “troppo”, rimanendo paralizzato. 

Avevo un programma in mente prima di partire. Una sorta di To-do list che, come previsto, non ho minimamente rispettato.

Qui c’è tutto quello che non ho visto, quello che non ho trovato sulle guide cartacee, brevi appunti per me e per il mio prossimo viaggio (che sicuramente ci sarà) in questa meravigliosa città, annotazioni per tutti coloro che ne vogliono approfittare.

LA MOSCHEA DI SOKOLLU MEHMET PASA

Istanbul conta decine e decine di moschee; la verità è che, se ne avessi avuto il tempo, le avrei visitate tutte. Adoro queste enormi strutture con i loro minareti che ti scrutano dall’alto. Per non parlare del cortile interno (sahn) con l’immancabile vasca per le abluzioni, a volte sostituita da piccoli rubinetti disposti in fila.

Minareti

Minareti

La moschea blu è in assoluto la più visitata, non a torto! Imponente, magica. A dispetto del suo nome, si illumina dei colori caldi dell’arancio ogni pomeriggio al tramontar del sole. Conta ben sei minareti, superata solo dalla moschea più importante del mondo islamico, a La Mecca.

Moschea blu

Moschea blu

La Moschea di Sokollu Mehmet Pasa si trova a pochi passi ed è talmente snobbata dai turisti da aprire solo in alcuni momenti della giornata. Pare sia una delle più belle moschee di Istanbul. Arrivati lì davanti abbiamo trovato solo un gruppetto di giovani (olandesi? svedesi?) ed una porta sbarrata. Abbiamo atteso invano. È arrivato anche un fedele che, con fare sicuro, ha bussato più volte. Niente. Ce ne siamo andati con l’amaro in bocca e non siamo più riusciti a tornarci.

Cortile della moschea di Sokollu Mehmet Pasa

Cortile della moschea di Sokollu Mehmet Pasa

I QUARTIERI DI FENER E BALAT

Uno dei miei principali obiettivi in questa mia visita  ad Istanbul. La mia guida non ne faceva minimamente cenno, addirittura non erano visibili in quella -pessima- cartina allegata. Eppure una semplice ricerca sul web parla  di due quartieri straordinari e mi mostra splendide foto.

Fener, lo storico quartiere greco, un labirinto di stretti vicoli e colorate casette, il Liceo  Greco Ortodosso e la bella chiesa di Santa Maria dei Mongoli.

Balat, lo storico quartiere ebraico, con le sue sinagoghe e la splendida (dicono) chiesa di San Salvatore in Chora.

Li abbiamo cercati in lungo e in largo, abbiamo macinato chilometri su chilometri, ci siamo persi nella zona industriale di Istanbul in un tragico tour tra gas di scarico, fabbriche di sanitari e cimiteri.

Se volete farvi un’idea leggete il bellissimo post di Elisa Chisana Hoshi o quello di Scoprire Istanbul e innamoratevi di questi incantevoli luoghi, come ho fatto io. Giuro che la prossima volta non me li lascio scappare.

IL MUSEO DELL’INNOCENZA

Al contrario di quanto vorrebbe la logica non leggo romanzi ambientati in una città che sto per visitare. È un po’ come se cercassi la possibilità di realizzare un’esperienza mia, e soltanto mia, del luogo che mi ospiterà. Desidero lasciarmi impressionare, sorprendere, avendo in testa il meno possibile (tutto questo vale per qualsiasi città, ad esclusione di New York, ma questa è un’altra storia).

Di Pamuk, famosissimo scrittore turco, non ho mai letto nulla. È così che, mentre passeggiavo fra le strade del quartiere di Çukurcuma godendomi un inaspettato silenzio ed un avvolgente tepore, ho visto un’insegna campeggiare su un edificio.

Museo dell’innocenza, c’era scritto.

Ho tirato dritto pensando ad un luogo per bambini, ma la curiosità è rimasta e, tornata a casa, ho cercato qualche informazione.

Entrata al Museo dell'innocenza

Entrata al Museo dell’innocenza

 Il museo è stato fortemente voluto dallo scrittore turco per raccogliere gli oggetti più significativi descritti in uno dei suoi più celebri romanzi. Io il libro non l’ho letto (anche se è già sul comodino che mi aspetta), ma devo ammettere che mi piace l’idea di un “museo dell’immaginario” dove un romanzo si racconta attraverso vestiti, utensili, mobili e tutto quello che è nato dalla fantasia dell’autore.

Pillole di ricordi

(Parole, immagini, ricordi – insomma, quello che mi è passato per la testa – di un 2012 girovago)

ZURIGO – GENNAIO 2012

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Una passeggiata lungo il fiume Limmat con un caldo bretzel in mano. Fermarsi ad osservare i cigni che nuotano nelle sue acque e poi proseguire giù, fino al lago, con quell’aria frizzantina che ti entra nelle ossa.

10 cose da fare/vedere a Zurigo

Dormire a Zurigo

Mangiucchiare a Zurigo

ROMA – APRILE 2012

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Quella calda domenica di pasqua alla Garbatella mentre tutto attorno a noi era silenzioso e immobile. Messaggi di pace sui muri color arancio ed un simpatico pappagallo con cui avrei dialogato per ore.

A zonzo per la Garbatella

MADRID – AGOSTO 2012

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La sua allegria contagiosa, gli artisti di strada a Puerta del Sol, una cerveza nel barrio de las Maravillas (Malasaña) e il desiderio di ascoltare il suono della sua lingua, per ore.

Frutti esotici, teschi e carillon, a Madrid

Di luoghi e di pietanze

Perle low cost: mangiare a Madrid

GRANADA – AGOSTO 2012

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Il bianco, quel bianco accecante delle case dell’Albayzìn. Un quartiere meraviglioso, anche sotto il sole cocente di mezzogiorno. I muri delle case che contrastano nettamente con i vividi colori dei fiori. Magico.

SIVIGLIA – AGOSTO 2012

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Le casette colorate e i suoi vicoli segreti, stretti e ombrosi.  Una passeggiata nel quartiere marinaio di Triana, oltre le rive del Guadalquivir, e la grandiosità di Plaza de España con il suo arcobaleno mozzafiato.

Siviaglia e i suoi balconi: un post fotografico

Istantanee dal mondo: l’Alcàzar di Siviglia

Mangiare una buona pizza a Siviglia? Si può!

LISBONA – AGOSTO 2012

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Un vicolo in discesa che ti porta dritto verso il Tejo, quel fiume che presto si trasforma in oceano. Una giapponese che, adagiata sulle rive, legge un libro, sola. Ed io che la osservo con un pizzico di invidia, lei che si è fatta migliaia di chilometri per rimanere seduta lì. Io che ne ho fatti molti meno e che mi affanno per vedere l’impossibile, senza fermarmi mai.

Alfama, Lisbona

SINTRA – AGOSTO 2012

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Un castello incantato immerso nella natura. L’entrata nel mondo delle fiabe, anche a trent’anni.

C’era una volta…Sintra

CASCAIS – AGOSTO 2012

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L’mmensità che si apre ai tuoi occhi. La potente energia dell’oceano.

Quell’oceano di De Andrè che è stato anche un po’ mio

ROMA – AGOSTO 2012

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E poi di nuovo Roma e quella lunga passeggiata serale sul lungotevere. E la sorpresa di trovarla sempre più bella, ogni volta che ci torno.

LIONE – SETTEMBRE 2012

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Una salita estenuante per giungere a La Croix-Rousse. Mezzo pollo acquistato ai banchi del mercato domenicale da mangiare seduti su una panchina, rigorosamente con le mani. Accanto a noi un gruppo di giovani trombettisti che girava per le vie della città regalando gioia di vivere. 

Lione, la fredda città che ti scalda il cuore

MILANO – OTTOBRE/NOVEMBRE/DICEMBRE 2012

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Mi ci vorrà un po’, è una città faticosa per me, ma sono sicura che imparerò ad apprezzarla.

ISTANBUL – DICEMBRE 2012

Devo ancora trovare le parole. Di quegli incontri che ti cambiano la vita. Un finale col botto, insomma.

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